Negli ultimi anni abbiamo visto squadre senza superstar fare molto meglio di quanto ci si aspettasse e squadre piene di giocatori con lo status di stelle perdere molto più frequentemente di quali fossero le aspettative iniziali. Fioccano di conseguenza le motivazioni riguardanti la mancanza di leadership dei suddetti, l’incapacità gestionale degli allenatori, il famoso “c’è solo una palla” o ancora “troppi galli nel pollaio”.
In realtà, sebbene questi fattori possano essere importanti non sono comunque fondamentali per il successo o l’insuccesso di una squadra sul campo, che invece rispecchia sempre pregi e difetti di tipo tecnico-tattico e non comportamentale. Quante volte abbiamo realmente visto fallire progetti di superteams per questioni extra campo nella NBA odierna? Sicuramente alcune, e nelle quali la componente spogliatoio si è rivelata comunque nulla più che un fattore complementare ad altri più gravi, come gli infortuni, o lacune di tipo strutturale.
Ecco che in questi casi, nonostante frasi di uso comune quali “lasciateli almeno scendere in campo” o il classico “prove them wrong”, alcuni problemi sono evincibili molto prima che i giocatori scendano in campo, nel momento esatto di composizione di una rosa.
Ricordate la trade che ha portato Russell Westbrook ai Los Angeles Lakers? Ecco, quell’operazione è stata fallimentare già dal momento della firma, e non ha nulla a che vedere con un improvviso peggioramento di Westbrook nel corso dell’estate, trasformandosi da un giocatore “eccelso” ad un giocatore “pessimo” nel giro di qualche settimana, bensì ad un problema di Fit, una parola che utilizzeremo spesso in questo articolo e che simboleggia la capacità di più giocatori di rendere bene amplificando reciprocamente le proprie capacità in un determinato contesto. Questo, come il campo ha poi solo provato, non è stato il caso dell’operazione Westbrook-Lakers.
Ci offriamo quindi di proporre un mini tutorial: come fare a capire se dei giocatori “fittano” bene insieme?
Bisogna innanzitutto partire dal concetto di “Ruolo”
Nel basket moderno è inflazionata la credenza comune secondo cui viviamo in un roleless game, in cui i ruoli non esistono più. Nulla di più errato. I ruoli ci sono e sono ben definiti, solo non sono quelli tradizionali di Playmaker/Point Guard, Guardia Tiratrice, Ala piccola, Ala Grande/Ala Forte, Centro/Pivot.
Un tempo bastava posizionare 5 giocatori che rientrassero in queste categorie forzosamente imposte e la squadra era fatta: il play portava palla, le guardie tiravano, i lunghi stavano sotto canestro. Dunque anche giocatori con archetipi non idonei a rispettare gli incarichi tradizionalmente imposti dai ruoli erano costretti a giocare in una determinata maniera, soffocando le proprie capacità o venendo meno considerati delle loro effettive abilità. Altri erano talmente specializzati nel loro compito da beneficiare di una costruzione tipica di squadra per funzionare nel modo più classico e tradizionale possibile. Inutile dire che nell’era moderna queste tipologie di giocatori si sarebbero adattate in maniera molto differente, probabilmente performando rispetto alla loro epoca meglio le prime e peggio le seconde.
Dare una denominazione ai nuovi ruoli è difficile, ma per esigenze di catalogazione può essere comodo, e per questo gli amici di Basketball Index ci vengono in aiuto presentandoci degli archetipi offensivi e dei ruoli difensivi. Ognuno di questi ruoli ha un determinato impatto sui differenti contesti, ed a prescindere dalla capacità del giocatore, sarà minore in alcuni e maggiore in altri. Al contempo ognuno di questi giocatori ha anche una capacità di essere traslato in più contesti diversi che varia a seconda dell’archetipo, la cosiddetta scalability, ed alcune tipologie di giocatori (sempre indipendentemente dalle loro capacità) sono più o meno “scalabili”. Alcuni giocatori avranno un più o meno elevato floor raising, ovvero la capacità di elevare le potenzialità minime di una squadra (dall’inglese floor=pavimento) risultando molto impattanti specialmente in stagione regolare e portando squadre non eccezionali a contendere per i Playoffs; altri un più o meno elevato ceiling raising, ovvero partendo da già buone condizioni di partenza sono capaci di evelare le prestazioni della propria squadra a livelli ancora più alti (dall’inglese ceiling=tetto). Questa categoria di giocatori sarà più “scalabile” della precedente. Infine ci saranno i ceiling cappers (dall’inglese cap=coperchio), che come la parola suggerisce, bloccano le capacità massime di una squadra di esprimersi a livelli estremamente elevati solo con la loro presenza in campo. Questo non significa che siano giocatori scarsi o poco impattanti, quanto che avranno caratteristiche fortemente penalizzanti man mano che il livello si alza.
Di seguito elencheremo dei ruoli offensivi e difensivi con alcuni esempi concreti, parlando dei sistemi nei quali “fittano” al meglio.
P.S. I ruoli non sono rigide gabbie, ma flessibili e fluidi tentativi di catalogazione. Pertanto i giocatori che elencheremo come esemplari di un determinato archetipo non saranno esclusivi di quello, ma in base alle loro caratteristiche potrebbero contemporaneamente rientrare in più d’uno.
Attacco
PORTATORE PRIMARIO:
Floor Raising ⭐⭐⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐
Questa tipologia di giocatori tende frequentemente agli isolamenti, hanno un’elevata capacità di segnare e questa loro pericolosità porta a creare spazi anche per i compagni. Spesso sono shoot first players, che tendono ad iniziare le azioni o ad essere innescati dai compagni una volta superata la metà campo dopo una modesta attività senza palla. La loro posizione preferita per l’isolamento è sul perimetro, partendo da situazioni di 1v1 creando power plays (situazioni di vantaggio dovute a superiorità numerica) grazie alla loro capacità di battere l’uomo. Non fanno massiccio uso di Pick and roll e non fermano la palla in modo eccessivo. Vicino ad altre superstar risultano comunque pericolosi proprio perché possono ricevere anche ad azione in corso ed il loro movimento senza palla è sufficiente abbastanza da costringere le difese ad attenzioni extra che permettano ai compagni di gestire un attacco anche senza coinvolgerli direttamente in tutte le azioni. Tra i più celebri esempi di questa categoria figurano giocatori come Kyrie Irving, Donovan Mitchell, Jalen Brunson, Jamal Murray, LaMelo Ball, CJ McCollum, Fred Vanvleet, Darius Garland, Shai Gilgeous-Alexander, Dejounte Murray.

PORTATORE SECONDARIO:
Floor Raising ⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐⭐
Il discorso da farsi è più o meno il medesimo dei precedenti giocatori. Sono capaci di fare in misura minore tutto quello che fa l’archetipo precedente, assurgendo a ruolo di portatore per brevi fasi della partita e solo in alcune lineups. Quando condividono il campo coi precedenti aumentano il playimaking generale presente in squadra risultando pericolosi anche giocando senza palla, risultando pezzi molto pregiati in contenders che hanno già portatori di livello. In piccole squadre possono rendersi portatori primari con buoni risultati personali ma non ottimi per la squadra, escluse rare eccezioni (Jalen Brunson fino allo scorso anno rientrava in questa categoria, mentre ora ha dimostrato di poter essere qualcosa di più). Esempi sono D’Angelo Russell, Austin Reaves, Donte DiVincenzo, Malcolm Brogdon, Tyus Jones, Tyler Herro, Franz Wagner, Spencer Dinwiddie, Jordan Poole.

MEGACREATORS:
Floor Raising ⭐⭐⭐⭐⭐
Scalability ⭐⭐
Sono i giocatori con il più alto utilizzo on-ball della lega, tutto passa sempre dalle loro mani. Hanno praticamente sempre la palla in mano e sono il sole di sistemi detti appunto eliocentrici. La loro attività quando non hanno il pallone è essenzialmente nulla, poiché quando non hanno il pallone tra le mani è essenzialmente solo per riposare, quindi si risparmiano di frequente qualsiasi tipo di azione che possa aiutare il resto della squadra come portare blocchi o tagliare. Sono tra i giocatori meno scalabili in contenders poiché aumentano a dismisura il livello di squadre di basso livello, costringendone i membri a diventare tutti specialisti di una determinata azione che in base alle loro decisioni si svilupperà, ma fanno fatica a coesistere con altre superstar che necessitano della palla. Figurano in questa categoria moltissimi MVP poiché il loro impatto in stagione regolare è verosimilmente il più elevato di qualsiasi archetipo. I megacreators sono maestri nella gestione di qualsiasi tipo di Pick and roll e lo utilizzano per “exploitare” le difese costringendole a cambiare sempre sul difensore più debole, usano i compagni coinvolti nel gioco in Pick and roll per servirli quando si muovono, o usano i loro movimenti per distrarre la difesa procurandosi occasioni per segnare. Vanno in lunetta molto frequentemente, segnano moltissimo e creano moltissimo per i compagni, ma a causa dell’elevato carico di lavoro concedono molto spesso difensivamente. Gestiscono alla perfezione ogni tipo di raddoppio o mismatch. Fra questi giocatori figurano Luka Doncic, James Harden, Damian Lillard, Trae Young, Russell Westbrook, Tyrese Haliburton, Ja Morant e LeBron James. I giocatori capaci di tirare da fuori sono comunque più scalabili poiché pericolosi in situazioni di spot up oppure in uscita dai blocchi, mentre i soli slashers sono probabilmente l’archetipo che fa maggiormente da ceiling capper a qualsiasi tipo di squadra, poiché a meno che non abbiano la palla in mano non possono creare, ed anche li concedendo molto spazio e venendo battezzati fanno fatica a creare per se stessi, e di conseguenza per altri, poiché il primo requisito per essere un buon Playmaker è saper segnare per liberare le attenzioni delle difese dai compagni. Di conseguenza Damian Lillard o Trae Young offensivamente potranno comunque essere più utili per squadre di alto livello di Ja Morant o Russell Westbrook. Le righe di cui sopra fungono da spiegazione anche al perché LeBron James sia riuscito a portare alle Finals nel. 2007 e nel 2018 squadre verosimilmente non da Playoffs, salvo non riuscire a rendere le squadre colme di superstar in cui ha giocato dinastie invincibili per decenni. Non a caso gli Heat rendevano meglio con Wade in panchina rispetto a quando le due superstar condividevano il campo. In ogni caso alcune di queste superstar sono talmente forti che il floor da loro innalzato è più alto del ceiling del 95% delle squadre rimanenti, riuscendo comunque a guidare la loro squadra a dei titoli.

SLASH AND SPLASH:
Floor Raising ⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐
Questi giocatori devono gran parte del loro gioco alla loro capacità di segnare. Sono ottimi tiratori estremamente atletici, che spesso sfruttano la loro pericolosità sul perimetro per battere sul tempo i difensori che disperatamente tentano dei closeouts, chiudendo le azioni con And-1 o vigorose schiacciate. Sono giocatori che proprio a causa della loro score first mentality tendono a far registrare grandi numeri nelle piccole squadre senza necessariamente portarle ad alti livelli, principalmente per le loro lacune nel playimaking. Di contro in squadre con una creation diffusa possono essere dei pezzi offensivamente molto pregiati anche nei contesti più importanti. Sono probabilmente i giocatori più spettacolari da vedere in assoluto, che ognuno di noi desidererebbe incontrare in un playground, ma nei contesti di 5v5 soffrono spesso i raddoppi, quindi possono avere un impatto veramente elevato solo circondandoli di talento. I più celebri esempi che rispecchiano questo archetipo sono Zach Lavine, Anthony Edwards, Jalen Green, Jaylen Brown, Anfernee Simons.

3&D:
Floor Raising ⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐⭐
Come dice lo stesso nome, tirano e difendono. Cosa volere di più nella pallacanestro moderna? Sono i giocatori che più di tutti guadagnano valore in contesto Playoffs, grazie alla loro capacità di difendere più posizioni ed in attacco di garantire pericolosità senza richiedere troppo il pallone. Possono punire dal perimetro, possono mettere palla a terra e battere i closeouts, i più forti di loro possono anche giocare in 1v1 in maniera efficace, rimanendo sempre una seconda o terza opzione offensiva al massimo, poiché un carico eccessivo ne limiterebbe l’operato difensivo. In stagione regolare proprio il loro limitato utilizzo li rende giocatori ovviamente importanti ma che non cambiano le sorti di franchigie senza speranza di titolo. Quando invece sono circondati da attaccanti di livello risultano essere i pezzi più pregiati che le contenders cercano, data la loro totale assenza di punti deboli in qualsiasi aspetto del loro gioco se non sono costretti a tirare la carretta. Ogni contender ha un archetipo del genere in squadra ed il loro minutaggio dalla stagione regolare ai Playoffs tende spesso ad alzarsi. A volte i migliori 3&D risultano essere così forti e completi da diventare i primi violini delle loro squadre senza perdere di intensità difensiva, ma anche in questi casi eccellenti risentono dei problemi strutturali della categoria, ovvero sebbene alcuni posseggano un ottimo arsenale di 1v1 non battono sempre l’uomo con continuità e sono dei Playmakers più limitati dei grandi megacreators, necessitano di un altro portatore quantomeno del loro livello per poter portare le loro squadre ad un titolo NBA. I 3&D più celebri hanno bene o male tutti giocato in contenders, quindi possono essere ben noti al grande pubblico, ma li elenchiamo lo stesso per comodità: Paul George, Jayson Tatum, Mikal Bridges, Andrew Wiggins, Tobias Harris, Khris Middleton, Trey Murphy III, OG Anunoby, Klay Thompson.

THREE DIMENSIONAL SCORERS
Floor Raising ⭐⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐⭐
In assoluto i pezzi più pregiati in Free Agency e con il più elevato Trade Value in caso di scambi. Sono scorers capaci di far male ad un livello elitario in tutte e tre le dimensioni: al ferro, dalla media distanza e da tre punti. Si integrano perfettamente in qualsiasi tipo di sistema offensivo, hanno un elevato tasso di attività senza palla e sono inarrestabili in 1v1. Quando saltano gli schemi sono i giocatori più in grado di spaccare le partite grazie alla loro capacità di segnare senza ritmo o mettersi in ritmo da sé. Hanno una struttura fisica tendenzialmente molto vantaggiosa per il gioco 1v1: più alti, veloci o atletici del loro avversario, e solitamente con braccia molto più lunghe della media. Anche loro come i 3&D spesso hanno qualche limite nel playmaking, motivo per cui su serie a 7 partite possono essere più limitabili come primi violini per le loro squadre, e quindi si ha l’impressione, assolutamente veritiera, che abbiano bisogno di grande quantità di talento attorno a loro per vincere nonostante diano l’impressione di poter portare a casa partite e serie da soli. Questi giocatori possono gestire un attacco da soli, ma solitamente preferiscono essere innescati ad azione in corso, specialmente in situazione dinamica, ed il modo più utilizzato ed efficace per limitwrli è raddoppiarli e costringerli a giocare in drive and kick. Tra loro figurano tra le superstar più forti della storia, però se ci fate caso tendono più a sollevare Finals MVP a fine anno che premi di MVP della stagione regolare, poiché per costituzione impattano solitamente meno dei Megacreators in stagione ma più di loro se circondati da talento. Sono i migliori ceiling raisers della lega. Stiamo parlando di giocatori come Kawhi Leonard, Bradley Beal, Kevin Durant, Devin Booker, Brandon Ingram, Demar Derozan. Come vedete, tre di questi giocheranno insieme nella stessa squadra, ai Phoenix Suns, ed il dubbio principale su di loro sarà proprio se riusciranno ad offrire un contributo offensivo ai vertici della lega essendo tutti e tre scorers incredibili, ma in quanto a mere skills di creazione per gli altri, al livello dei playmakers secondari esposti sopra. Può un attacco fatto di tanto scoring, ma essenzialmente solo playimaking secondario finire ai vertici della lega? Lo scopriremo, ma qualora non dovessero si spiegherebbe la netta diminuzione di giocatori con questo tipo di archetipo rispetto a qualche anno fa dove abbondavano, ed oggi con l’aumento degli aggiustamenti tattici che ne mettano in evidenza le loro lacune, forse soffrono leggermente più di qualche anno fa. Prendendo difatti esempi storici del genere abbiamo Kobe Bryant, Tracy McGrady, Carmelo Anthony, Gilbert Arenas,… Epigoni dell’archetipo Jordaniano che per la generazione successiva alla sua ha simboleggiato il modello di eccellenza assoluta, ed ha retto quantomeno fino ad oggi, anche se sembra destinato lentamente a scemare, o quantomeno ad evolversi verso una più spiccata tendenza al playmaking: ed il nuovo modello per le attuali e future generazioni sembra evidente, ovvero colui che ha settato i nuovi standard di eccellenza del 2010, e che probabilmente li manterrà, esattamente come il #23 originale, per un decennio o poco più: Lebron James.

TIRATORI IN SPOT UP:
Floor Raising ⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐
Giocatori con un’elevatissima tendenza al tiro da 3 piedi per terra, che hanno fatto la fortuna dei sistemi eliocentrici, facendosi trovare pronti a capitalizzare gli scarichi dei migliori megacreators della storia. Hanno preso prepotentemente piede nei primi anni 2000 con i Suns dei 7 seconds or less di Mike D’Antoni, ed hanno mantenuto il loro ruolo nei sistemi epigoni di quello D’Antoni, come i Dallas Mavericks di Luka Doncic. Il loro grande limite è essere appunto giocatori fondamentalmente statici, che attendono in angolo di capitalizzare un vantaggio creato da altri, senza saperlo aumentare muovendosi tra i blocchi, tagliando o nei casi peggiori, senza saper battere i closeouts mettendo palla a terra. Motivo per cui questi giocatori in contesto di Playoffs rischiano di risultare fortemente limitanti, essendo sufficiente piazzare un difensore nelle loro vicinanze e controllando ogni tanto che siano ancora impalati al loro posto. Sono giocatori che figurano poco nelle grandi squadre, ma esempi celebri sono comunque rintracciabili, come George Niang, Grant Williams, Nicolas Batum, Robert Covington, Eric Gordon, Kevin Love, Davis Bertans, Reggie Bullock, Kentavious Caldwell-Pope, Trevor Ariza.

GRAVITY PLAYERS
Floor Raising ⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐⭐
Sono tiratori in catch and shoot, esattamente come i precedenti, ma che a differenza loro sono in costante movimento, smarcandosi per ricevere e tirare, e qualora non riuscissero a trovare buchi, passando la palla e ricominciando a correre senza mai fermarsi. Questo archetipo di giocatore è il più ricercato da qualsiasi tipo di attacco, anche se non sempre sono difensivamente eccellenti, ma questo paragrafo non è la sede opportuna per parlare della loro metà campo. Con le statistiche avanzate di tracking questi giocatori hanno visto certificato l’aumento del loro valore con gli anni, poiché spaziavano il campo all’inverosimile e permettevano le scorribande dei loro compagni di squadra più Ball dominant. Chi ha tracciato le bozze per questo tipo di giocatori è senza dubbio stato Reggie Miller, il cui impatto ai Playoffs aumentava a dismisura rispetto alla regular season, ed essendo allora punti, rimbalzi ed assist le statistiche pubblicamente riconosciute come importanti, un aumento di impatto del genere era inspiegabile dai più e Miller è rimasto a lungo un giocatore sottovalutato poiché avanti con i tempi. Chi ha portato alle stelle questo tipo di gioco è indubbiamente Stephen Curry, massimo esponente dei giocatori detti appunto “gravitationals“, poiché con il loro costante muoversi attirano a sé difensori, allontanandoli dal pitturato. Come detto Stephen Curry è il massimo esponente di questo gruppo di giocatori, tra i quali figurano anche Duncan Robinson, Tyrese Maxey, Desmond Bane, Luke Kennard, Kevin Huerter, Seth Curry, Michael Porter Jr.

STRETCH BIG:
Floor Raising ⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐
Archetipo offensivo nato in tempo relativamente recente e diffusosi in maniera preponderante dopo la seconda metà degli anni 2000 dopo che ci si è resi conto del quantitativo immenso di possibilità che un attacco avrebbe avuto con 5 giocatori pericolosi dall’arco, e da allora la ricerca di giocatori a-la-Nowitzki raggiunse esiti anche abbastanza eccessivi (si legga Bargnani prima scelta assoluta). Il lungo che tira da fuori permette di facilitare il requisito principale per ogni tipo di attacco virtuoso: attaccare il ferro, paradossalmente. Perché liberare l’area da sequoie gigantesche consente facili layups incontrastati semplicemente dopo aver battuto l’uomo. Lo Stretch big consente inoltre di ovviare ai limiti della small ball, che per costituzione concede troppi centimetri specie nella propria metà campo, aggiungendo anche chili e stazza a rimbalzo ed in post qualora ci fosse la necessità di gestire qualche azione nella maniera più tradizionale, poiché altrimenti il valore aggiunto dell’essere tiratore sì, ma pur sempre lungo, svanirebbe. Certo, non ci stiamo ancora occupando di difesa, e difatti non tutti gli Stretch big hanno necessariamente le caratteristiche ideali per reggere difensivamente contro un’altra squadra che magari adopera il medesimo sistema offensivo. Nell’ultimo quinquennio i lunghi che stazionavano fuori dal pitturato punendo le difese con dei pick and pop all’altezza della linea del tiro libero hanno compiuto un ulteriore paio di passi all’indietro allargandosi alla linea dei 3 punti, facendo registrare così statistiche da guardie o ali anche per giocatori di 210 cm o più. Questo archetipo offensivo è sempre in maggiore crescita data la sempre maggiore necessità di spaziature in attacchi che diventano ogni anno più efficienti ed indifendibili. Esempi noti di questo archetipo offensivo sono giocatori come Karl Anthony Towns, Brook Lopez, Nikola Vucevic, Al Horford, Lauri Markkanen, Kristaps Porzingis. Questa tipologia di giocatori si adatta a molti contesti offensivi, ma per costituzione è carente di un gioco palla per terra, essendo costretti ad essere innescati sia sugli scarichi che in qualsiasi altra zona del campo. Agiscono sostanzialmente come tiratori specialisti qualsiasi se non fosse che all’occorrenza possono anche sfruttare la possibilità di essere verosimilmente i più grossi in campo finendo con l’avvicinarsi al ferro. Sottintendiamo che le caratteristiche tipiche del ruolo non sono universalmente limitative ed i migliori tra questa tipologia di giocatori, chiaramente qui inseriti per mera ragione di catalogazione, all’occorrenza possono anche palleggiare, battere l’uomo e gestire dei contropiedi (Towns su tutti).

ROLL AND CUT BIG:
Floor Raising: ⭐⭐
Scalability: ⭐⭐⭐⭐
A livello di impatto e di filosofia offensiva tutto sommato sono simili ai lunghi Stretch sopra analizzati, ma differiscono radicalmente da questi per le zone del campo d’influenza. I lunghi cosiddetti roll and cut sono fisicamente ed atleticamente molto dotati, poiché giocano come si dice in gergo “con la testa sopra al ferro”. Infatti o grazie alla loro verticalità e rapidità di salto o grazie alla loro altezza ed alle loro lunghe braccia, questi giocatori sono i partner ideali per i grandi maestri di Pick and roll che amano manipolare le difese con il loro gioco sempre in sospeso tra il tirare ed il passare la palla. Inoltre la loro stazza ed il loro atletismo consentono un dominio a rimbalzo e sotto i tabelloni che nessun altro archetipo offensivo può vantare, proprio perché sanno sempre di poter arrivare su qualsiasi tipo di pallone si aggiri nella loro orbita. Come si sarà intuito, questi giocatori fondano gran parte della loro produzione offensiva sul gioco senza palla, e questo li rende molto poco ingombranti ed adatti a far bene nelle squadre di alto livello, che presentano già un portatore di palla di livello. Molti di loro però, anche i più forti, faticano quando sono costretti a dover gestire dei possessi da sé, poiché spesso la loro immensa coordinazione e gestione delle dimensioni, con una palla in mano scompare. E questa è un regola universalmente valida dall’alba dei tempi, da quando questo archetipo si è stabilizzato come il più dominante della storia della pallacanestro. Già ai tempi dei Philadelphia Warriors infatti, Wilt Chamberlain per portare la propria squadra al successo fu convertito da buco nero per i compagni a presenza nel pitturato di movimento, costretto ad essere innescato per giocare in modo più veloce ed efficiente. Con il passare degli anni, l’aumento del pick and roll e la spettacolarità ampiamente richiesta data da una giocata in alley oop reso sempre più popolare questo tipo di lunghi “rollanti”, dal primo Shaquille O’Neal a Dwight Howard ed Amar’e Stoudemire, fino ad arrivare ai giorni nostri dove ci sembra che questo archetipo sia invecchiato piuttosto bene, avendo forse aggiunto come unico requisito in più rispetto al passato la necessità di non dover condividere il campo con un proprio simile per problemi di spaziature, come hanno dimostrato negli scorsi Playoffs i Cleveland Cavaliers che faticavano a creare attacchi efficienti a metà campo a causa della presenza simultanea di Mobley ed Allen nonostante ad orchestrare ci fossero portatori del livello di Mitchell e Garland. Oltre ai due sovracitati altri esempi sono Anthony Davis, Robert Williams III, Clint Capela, John Collins, Nic Claxton, Deandre Ayton.

POST CREATORS:
Floor Raising ⭐⭐⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐⭐
Essenzialmente lunghi, che ricevendo spalle a canestro, creano un’enorme quantitativo di gioco per sé e per i compagni, muovendosi sapientemente in uno spazio brevissimo e servendo i tagliati grazie alla loro visione sopraelevata, spingendo gli avversari fino sotto canestro per chiudere con un layup, oppure riaprendo per i tiratori dopo aver fatto collassare la difesa in area, oppure ancora fungendo da soli per i loro pianeti, che orbitano attorno ad essi in attesa di ricevere un handoff con blocco annesso che spalanchi praterie per tiri o penetrazioni e consenta a questi lunghi al contempo di farsi spazio a rimbalzo con dei tagliafuori particolarmente ingombranti a causa della loro stazza. Una tipologia di giocatori questa, che nasce negli anni 60, con l’ultimo Wilt Chamberlain, poi esplosa con Kareem Abdul-Jabbar, Bill Walton e l’est Europa ha sfornato maestri del genere come Arvydas Sabonis. Questo basket si è dimostrato vincente anche negli anni 2000 sia in sistemi statici con il secondo Shaq, sia in sistemi dinamici con Chris Webber, ed ha raggiunto il suo apice in questi anni grazie a lunghi come Alperen Sengun, Bam Adebayo, Domantas Sabonis figlio del grande Arvydas e soprattutto Nikola Jokic. Sono giocatori dai quali passa gran parte del gioco offensivo della squadra, quindi se di un certo livello possono assurgere allo stesso ruolo dei Megacreators solo che come ce lo aspetteremo fare da lunghi. Il più grosso contro di questi giocatori è che spesso per essere partecipi dell’azione hanno forte necessità di essere coinvolti, altrimenti risultano meno efficaci in situazioni meno postcentriche rispetto ad altri tipi di giocatori, così come insieme ad altri giocatori fortemente Ball dominant. Inutile dire che queste limitazioni di massima non valgono per Nikola Jokic.

RIM PRESSURE PLAYERS:
Floor Raising ⭐⭐⭐⭐
Scalability ⭐⭐⭐
I maestri della cosiddetta bullyball, questi giocatori sono i migliori della lega a chiudere al ferro, e di conseguenza prediligono un gioco inside-outside, ovvero che parte da dentro, e qualora la prima alternativa fosse occupata, scaricano fuori. Ecco che s’intende da subito come il primo requisito per questi giocatori che dominano il pitturato sia l’avere il più libero possibile lo stesso, essendo dunque circondati di tiratori che permettano di dilazionare le attenzioni della difesa. A causa della forza fisica o delle dimensioni o dell’atletismo questi giocatori sono letteralmente incontenibili in 1v1, sono capaci di spazzare via qualsiasi tipo di minaccia e risultano devastanti in contropiede. Sono veri e propri arieti di sfondamento, e l’unico modo per limitarli è riempire l’area di uomini dalla stazza considerevole. Se in condizioni ideali, e soprattutto se non affrontano protettori del ferro di livello, questi giocatori possono dominare la partita con facilità anche ricorrendo ad un numero limitato di soluzioni, e poiché specie in stagione regolare non tutte le squadre sono attrezzate a controbattere delle armi del genere risultano essere degli ottimi Floor raisers, che però alzandosi il livello specie degli avversari, così come degli aggiustamenti tattici, possono risultare meno efficaci di altri, poiché sempre abituati a punire gli avversari con la potenza, che alla lunga può risultare non più sufficiente da sola. Infatti lasciando un cuscinetto che permetta di assorbire la penetrazione di questi giocatori quando hanno la palla, passando sotto i Pick and roll e sfidandoli al tiro, raddoppiandoli e costringendoli a testare le loro abilità da passatori, si può quantomeno contenere gli attacchi da loro giostrati più che rispetto a quelli guidati da altri giocatori. La soluzione come detto è un’adeguata costruzione del roster, circondandoli di tiratori e preferibilmente di un Portatore che permetta loro di ricevere il più possibile in situazione dinamica, poiché una volta che hanno preso velocità sono treni in corsa impossibili da fermare. Giocatori del genere sono Zion Williamson, Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Aaron Gordon, Jimmy Butler, Pascal Siakam, Miles Bridges, Scottie Barnes, Julius Randle, Paolo Banchero, Jonathan Kuminga.

Difesa
In difesa non tutti i ruoli impattano allo stesso modo. Per costituzione alcuni sono più impattanti di altri, come sempre Bball Index ci dimostra in questo grafico relativo alla stagione 2022-23.

La scalability in difesa è direttamente proporzionale all’impatto, poiché da definizione la difesa è un’azione corale e non limitante dalla presenza di un solo pallone per cinque giocatori come succede per l’attacco. Dunque più un giocatore è capace di difendere più sarà adattabile a vari contesti, magari coprendo parizlamente grazie all’impatto nella propria metà campo anche le lacune offensive.
LOW ACTIVITY:
Impatto ⭐
Sono frequentemente i giocatori di maggior talento offensivo, per risparmiare le energie, oppure i difensori meno capaci, che vengono assegnati in difesa al giocatore offensivamente meno pericoloso della squadra avversaria, così da poter stazionare non troppo attivamente su di esso potendosi all’occorrenza permettere dei raddoppi sul maggior pericolo avversario senza troppa paura di lasciare la propria assegnazione. Sono i giocatori con il più alto tasso di palle rubate, proprio per la loro attività in gambling sulle linee di passaggio ed in raddoppio, a dimostrazione di come le palle rubate non siano un indicatore di buona difesa. Possono aggiungere valore alla difesa corale con le loro abilità comunicative e capacità di comprendere schemi e movimenti avversari. Esempi sono Stephen Curry, James Harden, Ja Morant, Trae Young, Duncan Robinson, D’Angelo Russell, Luka Doncic, Kyrie Irving.
CHASER:
Impatto ⭐⭐
Identifichiamo come chaser un difensore con elevatissimo tasso di attività senza palla, tendenzialmente assegnato ai migliori tiratori di movimento della lega e deputato ad inseguirli in ogni zona del campo qualunque cosa accada, tentando di negare loro la ricezione. L’importanza di questo ruolo è leggermente diminuita negli ultimi mesi a causa della predilezione di alcuni allenatori di sistemi heavy switch, chiaramente qualora la costruzione della squadra lo permettesse, oppure preferendo una semizona contro i tiratori di movimento che si muovono tra i blocchi, portando spesso gli uomini del bloccante a cambiare su di essi, poiché inseguire per tutto il campo un giocatore venendo rallentato dagli ostacoli nel percorso non farebbe che aumentare in maniera eccessiva il vantaggio dell’attaccante sul difensore nello span di 24 secondi. Chiaramente questo avviene solo in misure estreme e contro giocatori di movimento estremamente pericolosi, mentre il ruolo del chaser risulta ancora efficace contro giocatori di livello offensivamente minore. Ma proprio per questo il suo impatto non può che considerarsi inferiore rispetto ad i protettori del ferro anche in un gioco sempre più perimetrocentrico. Ciononostante figurano in questa categoria difensori nominalmente di spessore come Mathysse Thybulle, Grayson Allen, Jrue Holiday, Davion Mitchell, Kentavious Caldwell-Pope.
HELPER:
Impatto ⭐⭐⭐⭐
Sono difensori molto comunicativi e di elevato impatto nel contesto difensivo ideale. La loro caratteristica è quella di comprendere gli schemi avversari alla perfezione, anticipare le mosse e proiettarsi sulle palle vaganti, ruotare per stoppare o subire sfondamento o ancora per intercettare dei passaggi o dei lob. La comunicazione, la comprensione degli spazi e delle posizioni da occupare e l’intelligenza è la principale caratteristica degli helpers, e per costituzione più aumenta la loro stazza e più sono impattanti. L’impatto di questi giocatori come detto cresce in difese di alto livello ed aumenta ulteriormente in contesto Playoffs, ma non riescono ad impattare troppo circondati da cattivi difensori, poiché le lacune che riescono così perfettamente a coprire diventerebbero semplicemente troppe. Riusciamo a trovare tra loro anche alcuni giocatori da calibro DPOY come Draymond Green, Marcus Smart o Giannis Antetokounmpo, ma anche Jimmy Butler, LeBron James, Dwyane Wade, Jalen Williams, Nicolas Batum, Robert Covington.
POINT OF ATTACK
Impatto ⭐⭐
I difensori POA come il nome stesso suggerisce si focalizzano su un punto preciso da difendere e non lo mollano come cagnacci rognosi. Sono dotati di grandissima rapidità laterale, e dunque per costituzione non sono altissimi, poiché con i loro corpi piccoli devono essere capaci di passare tra i blocchi, seguire ovunque il palleggiatore, dargli filo da torcere impedendogli anche solo di mettere palla a terra e tenendolo il più lontano possibile da canestro. Avere dei buoni giocatori POA facilità immensamente il compito dei buoni difensori senza palla, i quali in contesti elevati impattano più di questi ultimi, anche se ciò non viene evidenziato nei tabellini, ma senza di loro come detto sarebbero in grosse difficoltà. Il difensore POA ha il suo compito, e lo esegue, senza staccarsi ad aiutare o senza immense pretese di protezione del ferro. È un difensore sul portatore di palla, poco altro, ma questo lo fa come davvero nessuno. Soffrono molto marcatori più grossi di loro, ed infatti portatori di palla oversize come Luka Doncic e James Harden contro di loro non hanno troppi problemi. Tra i difensori POA principali figurano Alex Caruso, Lonzo Ball, Immanuel Quickley, Patrick Beverley, Mike Conley, Gary Payton II, Josh Okogie.
WING STOPPERS:
Impatto ⭐⭐⭐
Per loro vale lo stesso discorso dei difensori Point Of Attack, con la differenza che sono molto più grossi, quindi possono difendere con agilità sia le guardie che le ali che anche qualche lungo. Hanno chiaramente meno capacità di muoversi in spazi ristretti dei precedenti (salvo casi eccezionali), ma la loro rapidità laterale è comparabile ai primi, salvo poi aggiungere delle lunghe leve che possano permettere non solo di infastidire, ma anche di stoppare i tiri dei giocatori che marciano. In più una particolare categoria di wing stoppers, non particolarmente longilinei ma con il baricentro molto basso, è l’ideale per marcare in isolamento lontano da canestro anche i grandi centri da post, poiché difficilmente vengono spostati a causa della loro forza e del loro equilibrio. Sono difensori che garantiscono grande impatto ai Playoffs e spesso a loro capitano le assegnazioni sulla palla più complicate. Non sempre sono comunicativi e capaci di aiuti tempestivi, questo limita la loro dimensione difensiva all’1v1. Esempi sono Kawhi Leonard, Paul George, Jayson Tatum, Jarred Vanderbilt, Jaden McDaniels, Derrick White, Mikal Bridges, Andrew Wiggins, Aaron Gordon, Pascal Siakam, Scottie Barnes.
LUNGO VERSATILE:
Impatto ⭐⭐⭐⭐
In sistemi Heavy Switch oppure quando alle loro spalle hanno altri lunghi che possano fungere da ancora della difesa, i lunghi versatili, capaci di cambiare anche sui piccoli, sono tra i difensori più impattanti in NBA. Sia per la loro rapidità laterale, sia per le loro braccia lunghe, possono tenere l’1v1 contro qualsiasi giocatore essendo capaci di recuperarlo anche una volta battuti grazie alla loro capacità di arrivare dappertutto a braccia protese. I migliori di loro offrono anche un’ottima protezione del ferro, e vengono utilizzati come lunghi versatili, di solito in posizione classica di #4, per coprire le lacune di alcuni #5 molto bravi nel pitturato, ma che faticano qualora siano costretti a cambi lontano da canestro. Non è raro che molti lunghi versatili giochino da 4 nella prima parte della carriera, salvo poi diventare definitivamente dei 5 a causa della massa muscolare aggiunta ma magari della rapidità laterale persa, rendendoli a tutti gli effetti ancore (il prossimo ed ultimo ruolo che andremo ad esaminare). Tra di essi ci sono Evan Mobley (con non a caso alle sue spalle Jarrett Allen, e non mi sorprenderei di una sua evoluzione nel corso della sua carriera), il primo Anthony Davis (con McGee o Howard nella bolla), il primo Tim Duncan (con David Robinson), il primo Kevin Garnett (che riusciva ad agire contemporaneamente sia da lungo versatile che da helper date le necessità di squadra), Al Horford (con alle spalle Robert Williams III), il primo Jaren Jackson Jr. (quando ancora condivideva il campo con Steven Adams), Bam Adebayo (che gioca a tutti gli effetti come centro di un sistema small ball Heavy Switch), Jonathan Isaac, Nic Claxton ed immaginiamo nel futuro più prossimo Victor Wembanyama.
ANCHOR BIG:
Impatto ⭐⭐⭐⭐⭐
Sono i perni delle difese in cui militano. Sono i migliori protettori del ferro al mondo, hanno verticalità e stazza e rappresentano l’archetipo difensivo più tradizionale per i lunghi, poiché esistono dall’alba dei tempi. Le ancore difensive possono essere ulteriormente suddivise in tre categorie:
– i drop bigs, ovvero i lunghi spesso coinvolti nelle difese sui Pick and roll che passano sotto i blocchi ed evitano i cambi. La loro tendenza è infatti ad indietreggiare togliendo ogni tipo di velleità di attacco al ferro, evitando di chiudere alti con il rischio di essere battuti dal palleggio e concedendo piuttosto un tiro dalla media distanza. Esempi sono Brook Lopez, Jakob Poeltl e Rudy Gobert. Solitamente sono i difensori più impattanti in stagione regolare, ma per costituzione una forsennata e dogmatica difesa in drop può penalizzare non poco ai Playoffs.
– i roamers, che spesso sono dotati di una mobilità laterale abbastanza limitata, e per questo restano fermi nel pitturato e vengono protetti dagli altri quattro compagni di squadra, i quali se sono difensori di buon livello possono elevare esponenzialmente l’impatto dei roamers al livello dei migliori difensori della lega. Sono restii ad accettare i cambi e la loro priorità e non staccarsi dal pitturato per non concedere tiri facili. Tra questi figurano Robert Williams III, Jarrett Allen, Jalen Duren, Dwight Howard, Ben Wallace, David Robinson, Shaquille O’Neal.
– le ancore mobili, già citati in precedenza nella precedente categoria di lunghi perché simili in tutto ad essi, salvo essere ancora più grossi ed utilizzati spesso come unici protettori del ferro. Sono capaci di scalare alla posizione #4 se condividono il campo con altre ancore più limitate come mobilità. Sono in assoluto il miglior archetipo difensivo possibile, poiché sanno svolgere entrambi i compiti precedentemente scritti riguardo le ancore, ma sono anche capaci di cambiare su giocatori più piccoli. Spesso questa loro capacità di cambiare però viene sfruttata a loro sfavore, poiché accettando ogni tipo di cambio, ma al contempo non condividendo il campo con altri giocatori capaci di offrire protezione del ferro, sono attirati lontano da canestro, lasciando il pitturato sguarnito. Tra di essi figurano i migliori difensori della storia del basket, da Bill Russell ad Hakeem Olajuwon, passando per l’ultimo Tim Duncan e l’ultimo Kevin Garnett, fino ad arrivare agli attuali Anthony Davis, Jaren Jackson Jr ed in alcuni casi Joel Embiid. Si prospetta un ruolo simile ad OKC anche per Chet Holmgren.

